.
Annunci online

viaggio
la fine di un viaggio è solo l'inizio di un altro
16 dicembre 2004
LA MASCHERA E IL VOLTO : L'INDICIBILE
Il mio interesse per la psicologia analitica è relativamente recente.
La gran parte della mia vita l'ho viaggiata sull'onda, mai esaurita, della ricerca per conoscere il mondo "esterno" da me e dell'impegno per cercare di migliorarlo.
In quel viaggio ogni volta che incontravo la psicoanalisi la consideravo, spesso con fastidio sempre con diffidenza, una cosa altra da me, dalle mie esigenze e da quelli che pensavo fossero i bisogni sociali.
Poi un giorno, sull'onda di un forte disagio e avendo esaurito tutti gli attrezzi fino ad allora utilizzati per la manutenzione della mia vita, decisi di reclamare me stesso non solo in termini sociali ma anche personali.
Così dopo aver scalato le vette, fortunatamente ancora per me largamente inesplorate, della conoscenza del mondo decisi d'intraprendere un nuovo viaggio negli "inferi" del mio profondo sconosciuto.
Una scelta non obbligata che quasi nessuno fà se non sull'onda di un'urgenza, divenuta insopprimibile, di uscire dal circuito della sofferenza che, spesso, non riusciamo neanche a comprendere.
La psicoanalisi è l'esperienza più trasgressiva che si possa fare.
Al suo confronto qualunque altro tipo di azione umana, comunemente definita trasgressiva, impallidisce sia dal punto di vista del coinvolgimento emotivo che da quello della stessa eversione dell'ordine costituito dell'esistenza.
Un'esperienza, quattro anni di lavoro, solo all'inizio sofferta ma, quasi subito, affascinante, stimolante, ricca, nell'ultino anno addirittura piacevole.
Incontrare, dopo aver sfrondato un grande intrigo di sovrastrutture culturali difensive, un "io" sconosciuto, insospettato e inaspettato, e conoscerne l'essenza è stata per me la più grande scoperta mai fatta.
Ti modifica persino il concetto di sorpresa.
La psicoanalisi è "il luogo dell'indicibile".
Ed è nell'indicibile, a noi stessi prima che agli altri, che stà la nostra vera essenza, la nostra individualità irriducibile. Che nascondiamo a noi stessi prima ancora di nasconderla agli altri.
Si può vivere senza conoscersi e riconoscersi? Si può vivere senza essere accettati dal mondo, chiedendo agli altri di accettarci per quello che si è se non sappiamo e non ci diciamo quello che siamo?
La risposta e sì, ma rinunciando alla ricerca della felicità, qui ed ora, che è il desiderio insopprimibile di ogni essere umano.
Che cosa fai della tua vita? Questa è una domanda che quasi mai ci viene posta esplicitamente ma che, spesso, prende forma dentro di noi. Una domanda che si affaccia alla nostra coscienza magari senza pretendere una risposta ma, almeno, sollecitandoci a prenderla in considerazione, chiedendo un confronto nel corso della nostra crescita.
Il viaggio della nostra crescita è esemplare perchè comporta una serie di rotture, fi fratture inevitabili che non appartengono solo al poassato ma a tutto l'arco della nostra vita.
Ma se a porci la domanda sul senso della nostra vita è la società, la famiglia, la comunità alla quale apparteniamo, in realtà non è chiamata in causa la nostra vera, profonda, autentica individualità ma quella controfigura che siamo soliti chiamare "persona" che abbiamo costruito cercando di ubbidire ai canoni, ai valori e alle norme vigenti.
Nessuno sfugge a questa "maschera", neanche il libertino (nel senso alto, 700esco del termine) più convinto perchè attraverso di essa abbiamo la possibilità di confrontarci col canone culturale che rende possibile il rapporto con gli altri intesi come società. Attraverso quella "maschera" ci forniamo, e forniamo, uno strumento di identificazione.
Ma così facendo ci riduciamo, e riduciamo gli altri, ad una formula pre codificata.
Questo è molto rassicurante ma ci esclude ogni possibilità di aprirci al "volto" dell'altro. Al mistero inquietante, ma affascinante ed emozionante come null'altro al mondo, della conoscenza della nostra, e della sua, personalità irriducibile. Piegandoci alla prescrizione sociale abdichiamo a noi stessi per vivere secondo i criteri della decenza collettiva.
Si tratta del tradimento più doloroso: la confisca della nostra vera identità.
La vita diventa, spesso inconsapevolmente, un gioco a carte truccate nel quale si smarrisce il senso della relazione tra individualità tradendo se stessi insieme all'altro.
E' per una reazione a questo stato di cose, alla sofferenza che questo gioco produce prima di tutto in noi stessi, che siamo spinti a tradire. Una sorta di "vendetta", tanto inconsapevole quanto inutile ai fini della nostra ricerca di felicità, attraverso la quale pensiamo di rompere "il gran cerchio del tradimento", costituito dalla famiglia e dalla società, che siamo stati costretti ad accettare.
Sentendoci traditi ci vendichiamo tradendo.
Ma in realtà, così facendo, non romperemo mai il "cerchio" del tradimento che abbiamo perpetrato, e che continuiamo a perpetrare, contro noi stessi.
E' da noi, dunque, che dobbiamo ripartire.
E l'unico modo è "sapere di noi stessi" e "farci sapare dall'altro".
Comunicare l'indicibile, senza pudore nè decenza ("che mai ce l'avrà" come dice una bellissima canzone brasiliana).
Scommettendo con un minimo di ragion veduta, ma in altro modo non è possibile, sulla fiducia. In se stessi, in primo luogo, ma anche nell'altro.
Qui si apre il tema della scelta. Ma ora non è di questo che voglio parlare.
Occorre, anzi no: bisogna, anzi meglio: dobbiamo amare noi stessi ed amare l'altro, non "veramente", come nelle favole, ma nella verità di noi stessi. Nella ricerca del sapere noi stessi e del farci sapere dall'alto.
Questo non è il punto d'arrivo, ma quello di partenza.



permalink | inviato da il 16/12/2004 alle 11:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa
sfoglia
  

Rubriche
Link
Cerca

Feed

Feed RSS di questo 

blog Reader
Feed ATOM di questo 

blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

Curiosità
blog letto 1 volte




IL CANNOCCHIALE